Recensione Longlegs (2024)
di Ciro Alessio Formisano
«Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu guarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te» (Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male)
Cullato su una comoda poltrona, circondato da un nutrito e coraggioso gruppo di amici, mi sono immerso nella visione di Longlegs (regia di Oz Perkins, 2024), incuriosito - oltre dall'efficace campagna di marketing che ne ha preceduto la distribuzione - dal mio personale fascino per Nicholas Cage. Quest'ultima nota personale, che ritenevo avrebbe di per sé giustificato il mio eventuale apprezzamento del film, si è invece rivelata marginale rispetto ad una pellicola che ha intercettato il mio gusto in più di un aspetto. Non che il lavoro svolto da Cage sia stato al di sotto delle mie aspettative - anzi -, tuttavia Longlegs riesce a sostenersi di per sé, lasciandosi apprezzare per il complesso dei suoi meriti.
Longlegs è un film che oscilla continuamente tra il sensoriale e il subliminale, portando lo spettatore a percepire le informazioni in modo quasi epidermico, come se si accumulassero sotto pelle piuttosto che registrate razionalmente. Ancor prima di poter scomodare categorie ben più astratte di Bene e Male, Longlegs si articola tra l'aspetto razionale, rappresentato dalla logica ferrea della protagonista (interpretata da Maika Monroe), che segue la trama di un classico thriller investigativo sul disvelamento di chi si cela dietro una serie di omicidi seriali, e l'aspetto irrazionale, che fa di questa indagine un susseguirsi di suggestioni e intuizioni che emergono sotto traccia, come a latere del racconto vero e proprio. Quest'ambiguità, che procede parallelamente per i primi due terzi, nell'atto finale converge su unico piano, facendo di Longlegs una pellicola compiutamente appartenente al genere horror.
Proprio in questo radicale rispetto per il genere - che si traduce un epilogo che potrà forse suscitare non pochi dubbi e delusioni per alcuni - si cela, a mio personale avviso, la vittoria di Oz Perkins e della sua opera.
Longlegs si presenta come un thriller d’impatto, ma si trasforma gradualmente in qualcosa di più profondo e oscuro: un horror soprannaturale che abbraccia l’ignoto e lascia lo spettatore sospeso tra realtà e suggestione. Comincia in modo concreto, facendo affidamento su una trama verosimile che poggia su indagini e minacce palpabili, ma è sul finale che Longlegs svela il suo vero volto, portando la tensione a un livello nuovo e insinuando nello spettatore l’idea che il male possa essere qualcosa di più di una categoria psicologica.
La protagonista femminile incarna alla perfezione questa tensione. Interpreta il ruolo con una freddezza che trasmette tutta la profondità del trauma che porta dentro di sé. È un profilo algido, dotato di una logica inflessibile e di un’intuizione rara, che la rendono l’unico baluardo contro un Male che sembrerebbe potersi diffondere impunemente. E che di fatto impunemente si diffonde, complice, forse, la banale fascinazione che il Male reca con sé.
Una delle scelte più encomiabili di Longlegs è il modo in cui unisce il linguaggio cinematografico a quello fotografico, creando una tensione che non ha bisogno di facili espedienti come i jump scares. Il film riesce infatti a restituire un’atmosfera grazie alla cura maniacale delle luci, delle ombre e della composizione visiva, generando una tensione che si costruisce scena dopo scena, senza mai cercare di “spaventare” lo spettatore, ma piuttosto di trasmettergli un’inquietudine sottile, persistente, subliminale.
L’aspetto visivo è un tratto distintivo di questa pellicola, che si muove tra immagini quasi pittoriche e un uso delle luci e delle ombre che pare ispirarsi all’astrattismo lirico. Le inquadrature ricordano le opere di Klee o Kandinskij, in cui il colore e la forma sfuggono al realismo per diventare veicoli di sensazioni e tensioni sottili. Questa scelta stilistica risulta particolarmente efficace per creare un’atmosfera che non si limita a “mostrare” il terrore, ma lo lascia insinuare.
E non posso concludere se non sottolineando quanto Nicholas Cage offra una performance al livello delle sue di per sé già elevate capacità, dipingendo un personaggio affascinante e inquietante al tempo stesso, dove ogni sguardo e ogni gesto sembrano quasi scolpiti con una precisione da reale artigiano.
Lasciatevi cullare.
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