Recensione Barbie (2023)

 

di Ciro Alessio Formisano


Volendo aderire ad un famoso trend di internet, ma soprattutto adeguandomi al rigido dettato del compianto Karl Lagerfeld, il quale consigliava di “pensare in rosa ma mai indossarlo”, mi sono recato – per ben due proiezioni di fila – al cinema vestito di tutto punto a vedere Barbie, pellicola dedicata all’omonima bambola della Mattel.

Ci sono andato (convincendo molti miei amici…) trasportato dall’entusiasmo che si è venuto a creare attorno al film, cui molto ha contribuito la campagna pubblicitaria che l’ha sostenuto.

Per un attimo, nel timore di ricevere una delusione, ho pensato che tutta questa spasmodica attesa, non solo cinefila, nei confronti del film potesse essere più una nota di costume piuttosto che il riconoscimento (o prefigurazione) di un autentico merito artistico.

Devo riconoscere, con un sospiro di sollievo, che Barbie non delude le aspettative, quanto meno le mie.

Iniziamo col dire, cinicamente, che Barbie The Movie è innanzitutto un’intelligente, furba e speculativa operazione di marketing fortemente voluta dalla Mattel per rilanciare un suo prodotto non più di punta, che sempre meno intercetta i gusti delle bambine, evidentemente più attratte da altre forme di intrattenimento, offerte da quello stesso Capitalismo che questo film, in un sempre intelligente furbo e speculativo gioco meta-testuale, si diverte a dileggiare.

Che l’(auto)ironia possa rappresentare un funzionale artificio retorico per chi è intenzionato, alla fin fine, a vendere, è un dato di fatto incontrovertibile, e va riconosciuto che il film stesso lo dichiara apertamente, giocando a carte scoperte, lasciando allo spettatore/consumatore la responsabilità etica di autodeterminarsi scegliendo.

Perché, in fondo, Barbie di questo parla, di ‘individuazione’: di quel processo, che può durare tutta la vita al punto da combaciare con essa, di disvelamento del Sé. La scoperta, talvolta traumatica talvolta liberatoria, di quel che ci rende individui, unici e irripetibili.

Non credo di scomodare un’espressione altisonante rispetto allo spessore del film affermando che Barbie sia un’opera “esistenzialista”, per tematiche, certo, ma e anche soprattutto per la scientificità con le quali le affronta.
E quindi Barbie è l’occasione per parlare d’altro.

Per discutere delle relazioni tra i sessi all’interno di uno specifico sistema di valori che prende il nome di Patriarcato, ad esempio, e di come tale sistema, ormai obsoleto, abbia condizionato e in parte ancora condizioni sia donne che uomini. Quel patriarcato che Barbie mette alla berlina pur riconoscendone la forza che lo sostiene, la medesima forza che sostiene ogni idea, ossia lo slancio, tipicamente umano, di organizzare l’esistenza per contrastare l’horror vacui della morte che incombe.

Così come, in un accumulo di idee e suggestioni cui è difficile star dietro in una singola visione, Barbie affronta i temi più specifici della “performatività di genere” (v. Judith Butler), della conformità – che spesso diviene conformismo – ad un modello culturale.

Perché se pur è vero che Barbie dichiari senza mezze misure da che parte stia (ossia dalla parte delle DONNE, vittime ed ostaggio di un mondo a misura di uomini), è altrettanto vero che non vi è spazio per il compromesso, e che pertanto si abbia anche l’onestà intellettuale di rappresentare alcune forme di radicalismo interne allo stesso pensiero femminista.

Spiegare come Barbie faccia tutto questo sarebbe un inutile sforzo di scrittura, perché Barbie è anche fin troppo didascalico rispetto ai suoi contenuti, ma è comunque giusto elogiare la perizia artistico-professionale di ogni suo aspetto, dalla sceneggiatura alla regia, dalla scenografia ai costumi.

E a proposito di interpreti, se Margot Robbie è la perfetta scelta per il ruolo, Ryan Gosling tratteggia un personaggio che trascende qualunque aspettativa che si potesse nutrire per Ken.
Alla fine, Barbie non dà risposte. Anzi, quel finale apparentemente conciliante nasconde la tragedia cui siamo sospesi, per la quale non esistono ancora ponti in grado di sostenerci.

Toccherà a noi costruirli.

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