Recensione American Fiction (2023)
di Ciro Alessio Formisano
Thelonious "Monk" Ellison (così soprannominato per l'evidente rimando al celeberrimo pianista e compositore jazz Thelonious Sphere Monk) è uno scrittore, nonché docente universitario di letteratura inglese, afroamericano, originario di Boston. "Monk" sta tenendo una delle sue lezioni, quando viene interrotto da una studentessa bianca, coi capelli verde e una camicia di flanella. La suddetta studentessa si dichiara offesa dalla scritta che campeggia sulla lavagna alle spalle del professore: "The Artificial Nigger", il titolo di un racconto della scrittrice Flannery O' Connor.
Vi risparmio di raccontarvi la reazione di "Monk", ma vi basti sapere che risulterà sufficiente al corpo docenti dell'Università nel fornire una valida ragione con la quale congedare lo scomodo professore, che sarà sì un talento letterario, ma non altrettanto abile nell'esercizio dell'arte del compromesso.
Vi risparmio di raccontarvi la reazione di "Monk", ma vi basti sapere che risulterà sufficiente al corpo docenti dell'Università nel fornire una valida ragione con la quale congedare lo scomodo professore, che sarà sì un talento letterario, ma non altrettanto abile nell'esercizio dell'arte del compromesso.
"Monk" si ritroverà improvvisamente nella ristrettezza economica rappresentata dalla perdita di un lavoro stabile, cui si aggiunge la circostanza che le case editrici non ne vogliono mica sapere di pubblicare il suo nuovo romanzo, pur elogiandolo.
Il fatto è che Thelonious "Monk" Ellison non si sente affatto uno "scrittore nero", quanto uno "scrittore punto e basta", pertanto è restio a restituire al pubblico dei lettori, ossia alla comunità culturale egemone rappresentata dai bianchi, un romanzo che descriva la vita degli afroamericani in maniera stereotipata, fatta di povertà, slang da ghetto, durag e pistole. A "Monk" non interessa raccontare storie di ragazze madri e di gangster.
Peccato che siano proprio queste storie a vendere, perché non c'è nulla di più assolutorio per la comunità bianca statunitense vedersi confermare la propria idea della comunità nera, per la quale provare democratica compassione da un lato e repubblicano senso di superiorità dall'altro.
A tutto questo Thelonious "Monk" Ellison non ci sta; peccato, però, che il disagio finanziario cui lo espone la sua nuova condizione di scrittore senza editore, nonché il sopraggiungersi di problemi familiari che richiederebbero - per il sistema sanitario statunitense... - una solida disponibilità economica, lo spingano, un po' per provocazione un po' per disperazione, a scrivere un romanzo che contenga proprio tutti quei luoghi comuni sopra elencati, firmandolo sotto lo pseudonimo di Starr H. Leigh, un fantomatico scrittore in fuga dalle autorità con un passato burrascoso.
Inutile dirvi che, nel riceverlo, le case editrici, anziché derubricare il suo romanzo come letteratura di bassa lega, non solo decidono di pubblicarlo, ma addirittura offrono al nostro "Monk"/"Starr H. Leigh" un lauto anticipo di 700.000 dollari, nonché la promessa di farne un film, convinti del successo editoriale che ne seguirà.
Inutile dirvi che, nel riceverlo, le case editrici, anziché derubricare il suo romanzo come letteratura di bassa lega, non solo decidono di pubblicarlo, ma addirittura offrono al nostro "Monk"/"Starr H. Leigh" un lauto anticipo di 700.000 dollari, nonché la promessa di farne un film, convinti del successo editoriale che ne seguirà.
American Fiction è un'intelligentissima, godibilissima e amarissima satira scritta e diretta da Cord Jefferson, tratta dal romanzo Erasure di Percival Everett, che con merito si è aggiudicata la statuetta alla Migliore sceneggiatura non originale agli ultimi Academy Awards.
Thelonious "Monk" Ellison è invece Jeffrey Wright, uno dei più grandi attori del cinema statunitense contemporaneo, che con American Fiction firma una delle sue più riuscite interpretazioni. Ma, oltre al protagonista, sono magistralmente tratteggiati tutti gli altri personaggi: dalla fugace ma indimenticabile apparizione della sorella Lisa (Tracee Ellis Ross), una dottoressa dal carattere sicuro e al contempo divertente; al fratello Clifford (Sterling K. Brown), chirurgo plastico sull'orlo del fallimento, il cui tormento per non aver mai potuto confessare la propria omosessualità in famiglia aggiunge una profondità emotiva straordinaria; per poi passare ad Arthur (John Ortiz), il manager di "Monk", cui la sceneggiatura affida i dialoghi più memorabili, cui campeggia la metafora sul gusto dei lettori basata sui diversi tipi di Johnnie Walker: una lezione di marketing di amara e sconfortante precisione.
Con altrettanta amara e sconfortante precisione, American Fiction si diverte a dileggiare la contemporanea sensibilità al politicamente corretto, scrutandone le dinamiche con una lente di ingrandimento che ne rivela non soltanto la superficialità e la mancanza di sostanza culturale, ma anche la sua ipocrisia; American Fiction mette in luce come "la politica delle quote" e la rappresentazione delle minoranze, anziché emanciparle, finiscano paradossalmente per consolidare il loro ruolo marginale. In questo contesto (cui, per ironia della sorte, anche l'industria cinematografcia hollywoodiana e il sistema degli Academy Awards appartengono) emerge chiaramente che la bussola morale non è rappresentata da ciò che è giusto ("Do The Right Thing", per citare un film di Spike Lee...) ma da ciò che utile.
O tempora, o mores.

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