Recensione The Studio (2025)

 di Ciro Alessio Formisano



Complice una sventurata lesione del tendine estensore del terzo dito della mano destra, ho avuto l'occasione - per le prime necessarie cure che sono seguite ad un'assistenza sanitaria non propriamente puntuale... - di sospendere in parte le attività lavorative e ritrovare quel tempo, troppo spesso trascurato, da dedicare alle mie passioni.
Per pura coincidenza, mi sono deciso a seguire una breve serie televisiva di appena dieci episodi dalla durata variabile, che in maniera altrettanto coincidente proprio in questi giorni ha fatto incetta di premi agli Emmy's Awards.
The Studio, serie televisiva ideata da Seth Rogen (che ne cura anche la regia con il sodale Evan Goldberg), non soltanto è una irriverente e spietata satira del mondo della produzione cinematografica hollywoodiana; è anche, e soprattutto, una dichiarazione d'amore appassionata al cinema stesso. Un amore che travalica e finisce per prevalere sulle molteplici e sempre più contraddittorie modalità con cui oggi i film vengono concepiti, prodotti e infine consegnati agli spettatori.

Grazie a un lavoro di approfondimento quasi antropologico sulla realtà della produzione audiovisiva contemporanea, The Studio racconta le vicende di Matt Remick (interpretato da Seth Rogen), produttore esecutivo a capo della fantomatica casa di produzione Continental. A lui e al suo team viene affidato l’incarico di portare a termine le riprese di un film dedicato al Kool-Aid Man, mascotte dell’omonima bevanda, con la speranza di replicare il clamoroso successo ottenuto con l’operazione Barbie.
Un incarico che appare da subito dettato da motivazioni più commerciali che artistiche diventa così il pretesto per sezionare con precisione chirurgica lo stato del cinema contemporaneo, sempre più piegato alle logiche di mercato e sempre meno attento alla libertà creativa di chi vorrebbe proporre un’idea di cinema autenticamente autoriale. 
In questo contesto, il personaggio di Matt Remick (tratteggiato in maniera sublime, nelle sue ansie ed idiosincrasie, da un Seth Rogen in stato di grazia) vive una tensione costante: da un lato il proposito sincero di interpretare il ruolo di produttore esecutivo come figura di supporto alla visione dei registi, dall’altro la pressione inesorabile a farsi strumento della rapacità del Capitale.

Con uno stile registico che fa largo uso di piani sequenza - e che, complice anche le location losangeline, richiama più volte alla memoria il cinema corale di Robert Altman, o alcuni vezzi del primo Paul Thomas Anderson - The Studio si muove con naturalezza tra corridoi e ville, sale riunioni e set, studi televisivi e festini. 
Il continuo movimento della macchina da presa, nella sua volontà di ripresa totale e immediata degli eventi, diventa un modo per smascherare, senza tregua, le dinamiche interne al sistema, facendo emergere la vanità, le contraddizioni e i compromessi che ne regolano l’industria. 
Forte della presenza di personaggi reali del mondo cinematografico - registi, attori, produttori che interpretano se stessi e interagiscono con i protagonisti di finzione con una gradita dose di autoironia -The Studio si dichiara apertamente un prodotto meta-cinematografico (postmoderno, per usare una categoria alquanto abusata): un’opera che utilizza gli strumenti del cinema per discutere del cinema stesso.

Così come American Fiction, ma con un approccio forse più furbo e machiavellico, The Studio si diverte a mettere alla berlina la sensibilità contemporanea verso il politicamente corretto, osservandone le dinamiche con una lente capace di rivelarne non solo la superficialità e la fragilità culturale, ma anche l’ipocrisia di fondo. 

E, come se non bastasse, fa anche molto ridere.



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