Recensione Vultures 1 (Kanye West & Ty Dolla $ign, 2024)

 Di Ciro Alessio Formisano


"Nel corso degli anni, il rapper statunitense ha infatti mostrato un'abilità sorprendente nel sapersi rialzare, tanto da innescare svariati dubbi sulla sincerità dei suoi scivoloni. Spesso sembra quasi che West cerchi appositamente il vaso da non centrare, la gaffe buona per ogni occasione e da spiattellare ai quattro venti senza una ragione. Già, perché West adora sguazzare nel fango alla stregua di un suino dal ghigno beffardo. Ama rendersi ridicolo davanti al mondo per poi risalire la china con la classe di un gigante che sa di non temere nessuno."
(Giuliano Delli Paoli, recensione di My Beautiful Dark Twisted Fantasy pubblicata su ondarock.it)

Credo non ci siano parole più esaustive di quelle che ho deciso di condividere in esergo a quella che - mi perdoneranno i pochi lettori - sarà una lunga e sconclusionata recensione di Vultures 1 (l'ultimo atteso album di Kanye West co-firmato da Ty Dolla $ign) per descrivere l'atteggiamento al quale il famoso producer e rapper di Chicago ci ha ormai abituati fin dagli esordi.
Kanye West emerge come una figura divisiva non solo a causa dei suoi disturbi mentali (da lui stesso dichiarati, per quanto palesi a tutti coloro che a lui, direttamente o indirettamente, si relazionano...), ma soprattutto per la sua consapevole abilità di utilizzare a proprio piacimento i meccanismi e le logiche della comunicazione che innervano la società massmediale cui siamo immersi. Egli sembra cavalcare queste dinamiche a proprio vantaggio, senza prestare attenzione alle conseguenze o al disagio che può causare, sia a se stesso che alla sua fanbase.

Kanye West, consapevole del suo innegabile talento musicale, sembra talvolta, e sempre più spesso, nutrire l'errata convinzione di poter estendere la propria competenza in ambiti al di là della musica. Da questa convinzione nasce il polverone e il clamore mediatico che puntualmente si scatena ogni volta che Kanye si esprime su temi delicati quali il razzismo o la società in generale. La sua audacia nel discutere argomenti di cui non ha le competenze adeguate alimenta controversie e dibattiti accesi, contribuendo a polarizzare l'opinione pubblica e a mettere in discussione la sua credibilità.

Prima, nel mezzo, e fortunatamente dopo a tutto questo, c'è la sua musica. Il talento musicale di Kanye West rimane una realtà consolidata, testimoniata da più di vent'anni di carriera e riconosciuta universalmente. Le sue innovazioni nel campo dell'hip-hop e della musica pop in generale hanno influenzato e ispirato numerose generazioni successive, confermando il suo status indiscusso di icona e pioniere nel panorama musicale contemporaneo.

A riprova di quanto detto, dopo appena tre anni da quel Donda che ha rappresentato un ritorno in grande stile dopo la parentesi misticheggiante non particolarmente riuscita di Jesus Is King (2019), Ye e il fidato Ty Dolla $ign hanno dato alla luce Vultures 1, primo di tre volumi che dovranno, presto e ci si augura, seguire. 

L'inizio è tra i più folgoranti.

Stars è un agile brano che potrebbe tranquillamente essere stato incluso in The Life Of Pablo (2016), un assaggio colmo di promesse per ciò che verrà. L'uso della batteria con il suo ritmo marziale si integra in modo magistrale ai bassi profondi e avvolgenti (marchio di fabbrica del nostro Ye), creando un'atmosfera epocale quanto basta per predisporre ad un ascolto attento. Al di là di qualche provocatorio ma voluto scivolone nel wording ("Keep a few jews on the staff now/I cash out"), Stars si lascia apprezzare anche per la vocalità calda di Ty Dolla $ign, il cui timbro morbido saprà fare da contraltare emotivo al stream of (un)consciousness cui spesso si misurerà l'altro comprimario.
Il passo morbido di Stars prosegue nella successiva 'Keys of my life', un brano verosimilmente dedicato all'ex moglie Kim Kardashian, cui rivolge parole di amore misto a rancore. Purtroppo, a meno che non si sia in possesso di costose casse audio, il mixaggio, anche in un ascolto ad alta definizione, potrebbe non far apprezzare pienamente l'impiego ipnotico dei drum patterns ad effetto reverse, il cui uso mi ha ricordato quello già utilizzato in Eazy (2022), brano con cui condivide risonanze anche nel testo. 
Ancora più convincente è l'atmosfera da clubbing della successiva 'Paid', le cui tematiche affrontano la prostituzione artistica nei confronti delle major discografiche. Il basso si insinua birichino, creando un groove irresistibile cui è difficile non tenere il tempo. L'uso dei samples (di cui West è maestro indiscusso) testimonia quanto il Nostro non abbia affatto perso abilità in termini di ricerca e rielaborazione.
La prima grande vetta di Vultures 1 si raggiunge nella seguente Talking/Once Again.
In Talking concede il palco alla figlia North in quel che storicamente può essere ricordato come il suo debutto discografico, con un freestyle gioviale che mette in risalto la sua spontaneità e, ci si augura, il talento emergente. 
La canzone affronta il tema del rapporto tra genitori e figli, un tema esaltato ulteriormente dal bellissimo videoclip diretto dai fratelli D'Innocenzo. Alcuni hanno interpretato questa scelta come un velato dissing a Drake, noto per aver coinvolto il figlio in uno dei suoi brani, con esiti meno riusciti. 
Interessante e riuscito è senz'altro l'uso della voce di James Blake nella prima parte del brano, così come il pulsare dei battiti della seconda parte, con la calda e vulnerabile voce di Ty Dolla $ign a impreziosire frasi di un lirismo memorabile  ("One again the clouds are gatherin' to release what they held in"). 
Poi, certo, non poteva mancare il momento più squisitamente camp di Back To Me, con quel "Beautiful, big-titty, butt-naked woman just don't fall out the sky, you know?" ripreso dal cult-movie Dogma (1999) di Kevin Smith, e che è già un anthem. Encomiabile è invece l'ospitata di Freddie Gibbs, il cui rapping si sposa perfettamente sulla base percussiva che Ye ha saputo, ancora una volta, sapientemente tessere. 
In Hoodrat, il suo ipnotico e martellante incedere concede al brano quel carattere sufficientemente rockeggiante da considerarlo erede diretto di Jail. 
E' Do It a concludere la prima parte di un album che brano dopo brano conferma sempre più la buona riuscita dell'operazione: i violini creano un tappeto sinfonico convincente, sufficientemente coraggioso da non privarsi neanche di un pizzicato; componente sinfonica che invece ho meno apprezzato nella barocca Vultures, primo singolo dell'album. 

La seconda parte dell'album segue un andamento meno coeso, ma non mancano certamente momenti di spessore. Se nella confusa Paperwork è apprezzabile l'uso del funk brasiliano (v. Montagem Faz Macete 3.0), Burn evoca un'atmosfera estiva e trasognante, con un ritmo e un groove che ricordano molto la West Coast degli anni '90, con un mix di suoni e vibrazioni che fanno venir voglia di spiaggia. 
E se Fuk Sum con il suo massimalismo e le dense texture si presenta quale il brano più sporco del lotto, dotate di ben più personalità sono le successive Carnival e Beg Forginess: la prima, con l'inaspettata campionatura dei cori della Curva Nord dell'Inter, è un drill dotato di un'energia incontenibile; la seconda, più minimale, contiene momenti industrial e dark che in alcuni momenti sembrano usciti addirittura dalla musica degli Swans.
Purtroppo, non è Good (Don't Die) con il suo intelligente campionamento di I Feel Love a incaricarsi di porre la parole fine ad un album che avete ormai compreso considerare un capolavoro. 
Se Problematic è tutto sommato apprezzabile nel suo ripescare idee di Bound 2, King è un brano di una mediocrità e di un imbarazzo, non solo testuale, che Kanye West poteva risparmiarsi e risparmiarci.

Prendere o lasciare.

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