Recensione Saltburn (2023)

 

di Ciro Alessio Formisano



Sollecitato da un amico che me ne ha caldamente consigliato la visione, nel passaggio al nuovo anno – e dopo una lunga convalescenza influenzale che mi ha accompagnato pressocché per tutte le festività natalizie – mi sono goduto Saltburn (2023, regia di Emerald Fennell).
A incuriosirmi, oltre alla fiducia che ripongo nel buon gusto della persona che me l’ha suggerito, sono state le reazioni che, per quel poco che avevo avuto modo di leggere, ne hanno accompagnato la visione in coloro che l’hanno guardato.

Col senno di poi, posso affermare che i giudizi che ne sono scaturiti si sono concentrati prevalentemente su aspetti del film che ritengo non solo marginali, ma addirittura fuorvianti rispetto alla sostanza dell’opera rappresentata.

Se è vero che, su un piano squisitamente formale, Saltburn si presenta nella veste di una satira sociale in chiave gotica, vi aleggia uno spirito talmente irriverente, cinico e sfacciatamente demenziale, che solo una visione pigra, se non ingenua, può dirsi scandalizzata rispetto a tre specifiche scene che il film si diverte a piazzare sapendo/augurandosi la reazione che ne sarebbe scaturita.

A beneficio del lettore mi trattengo dal descriverle, limitandomi a dichiararne la natura parafilica, che per chi ha già avuto modo di deliziarsi nella visione di Teorema (1968) e Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) del compianto Piero Paolo Pasolini, non possono che lasciare francamente indifferenti.

Eppure, pur essendo così derivativo rispetto al materiale che presenta - Pasolini, certo, ma si potrebbe anche citare Parasite (2019, regia di Bong Joon-ho) o The Talented Mr. Ripley (1999, regia Anthony Minghella), come altri più o meno illustri esempi pescati non solo dalla cinematografia – non posso fare meno di riconoscere, senza alcun senso di colpa, la capacità affabulatoria di un film, Saltburn, che mi ha accompagnato per due ore e passa senza alcun calo dell'attenzione,  merito dovuto soprattutto al talento innegabile dei suoi interpreti.

Se tra tutte è la maestosa, nonché generosa, interpretazione di Barry Keoghan a eccellere, di meno non si può non dire, oltre alla sempre solida Rosamund Pike, di altre giovani promesse come Jacob Elordi, Alison Oliver e Archie Madekwe, tutti così convincenti nei rispettivi ruoli da sospettare che, per l’appunto, nulla di una storia tanto assurda sia stato lasciato al caso.

Saltburn è, in fondo e semplicemente, un thriller psicologico che esplora le dinamiche di potere e di manipolazione all’interno di un ambiente sociale tanto privilegiato da non avere altro orizzonte oltre alla rete di inganni e di ipocrisie e di doppiogiochismi in cui sono ingabbiati i personaggi, cui si abbandonano in un atteggiamento tanto decadente da segnalarne fin dal principio irredimibile conclusione.

Volerne fare, come si è fatto, una critica sociale nei confronti di un mondo che può esistere solo nella fantasia (quel Saltburn che, oltre a essere il titolo di un film, è anche e soprattutto un castello nel quale si svolge buona parte della storia, infestato, non da fantasmi, ma dalla memoria di coloro che la Storia l’hanno fatta e non solo raccontata…), così come scandalizzarsi rispetto a poche scene sagacemente piazzate a mo’ di specchietto per le allodole, non può che dare torto ad un’opera che mai ha avuto la presunzione di prendersi sul serio e che proprio per tale ragione vale di essere vista.

Mi rifiuto di provare altro sentimento, se non quello del gusto – magari perverso, ma non per questo meno piacevole – di divertirmi dinanzi un’intelligente e un po’ scema opera di intrattenimento.  

 

 

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