Recensione C'è ancora domani (2023)
di Ciro Alessio Formisano
Domenica scorsa, scortato da tre ragazze l'una più bella e simpatica dell'altra, mi sono aggiunto alla lunga schiera di spettatori che, in un momento storico in cui si afferma che la sala cinematografica sia un reperto del passato, sono accorsi in massa per vedere C'è ancora domani, ultima pellicola della Cortellesi, che la vede sia in veste di attrice che di regista, oltre che di sceneggiatrice.
Per una sfortunata coincidenza del destino, proprio in quei giorni le cronache italiane erano impegnate nel trattare la notizia della scomparsa prima, e della morte poi, di Giulia Cecchettin, brutalmente uccisa - mi si perdoni la sospensione del garantismo - dal proprio compagno.
La notizia, oltre che sconvolgere l'opinione pubblica, ha rappresentato un involontario, ma necessario, volano promozionale, avendo avuto il "merito" - mi si perdoni, nuovamente, l'infelice espressione - di sottolineare la realtà di un fenomeno che ancora oggi trova, tanto negli uomini quanto in alcune donne, i propri negazionisti: il femminicidio.
Non è mia intenzione discutere, come taluni giuristi hanno fatto, sulla legittimità dell'utilizzo del termine in quanto specifica fattispecie di reato. So di non averne le competenze.
Fatto sta che, nella percezione comune, quel che viene definitivo "femminicidio" non rappresenta tanto l'omicidio a danno di una donna, quanto il punto fatale di una parabola che descrive una precisa traiettoria, costituita da violenza, sopraffazione, gelosia, possesso, umiliazione: tutti tratti che appartengono, insieme a quelli più virtuosi, a ciascun essere umano, uomini e donne, e che vengono da alcuni agiti e da altri metabolizzati.
La notizia, oltre che sconvolgere l'opinione pubblica, ha rappresentato un involontario, ma necessario, volano promozionale, avendo avuto il "merito" - mi si perdoni, nuovamente, l'infelice espressione - di sottolineare la realtà di un fenomeno che ancora oggi trova, tanto negli uomini quanto in alcune donne, i propri negazionisti: il femminicidio.
Non è mia intenzione discutere, come taluni giuristi hanno fatto, sulla legittimità dell'utilizzo del termine in quanto specifica fattispecie di reato. So di non averne le competenze.
Fatto sta che, nella percezione comune, quel che viene definitivo "femminicidio" non rappresenta tanto l'omicidio a danno di una donna, quanto il punto fatale di una parabola che descrive una precisa traiettoria, costituita da violenza, sopraffazione, gelosia, possesso, umiliazione: tutti tratti che appartengono, insieme a quelli più virtuosi, a ciascun essere umano, uomini e donne, e che vengono da alcuni agiti e da altri metabolizzati.
C'è ancora domani parla in fondo di questo, della storia di un amore che si è presto rivelato una prigione cui è difficile, se non impossibile, liberarsi; il ricatto di una società che fa del costituirsi di una famiglia l'obiettivo di un'intera esistenza, nel nome del quale fare rinuncia di tutto, compreso della libertà di autodeterminarsi.
La rinuncia a sé è proprio ciò che la figlia Marcella rimprovera alla madre Delia (splendidamente interpretata da Paola Cortellesi, nell'inedita e decisamente riuscita prima prova da regista...); una Marcella abitata dal desiderio di affacciarsi al mondo ispirandosi ad un modello di donna vincente, padrona delle proprie scelte, non disposta a farsi relegare al ruolo di serva.
Perché Delia, al di là del senso di colpa e della sindrome da Crocerossina e dell'incapacità di riconoscere il male che le viene quotidianamente perpetuato, di talenti ne avrebbe pure.
In una Roma devastata dalla Seconda guerra mondiale, Delia è una che si dà da fare, dal rattoppare gli abiti scuciti al ripristino degli ombrelli, negozia le proprie spese, gestisce i propri risparmi, riesce a mettere da parte dei soldi per sé e per i propri figli, nella consapevolezza che l'indipendenza economica è la premessa a tutte le altre, affettive comprese.
In una Roma devastata dalla Seconda guerra mondiale, Delia è una che si dà da fare, dal rattoppare gli abiti scuciti al ripristino degli ombrelli, negozia le proprie spese, gestisce i propri risparmi, riesce a mettere da parte dei soldi per sé e per i propri figli, nella consapevolezza che l'indipendenza economica è la premessa a tutte le altre, affettive comprese.
C'è ancora domani, con la sua anima mediterranea, porta avanti un discorso in fondo già presente in Barbie (film animato però da tutt'altra cultura), ossia fare della critica al patriarcato l'occasione per una riconfigurazione non solo della relazione tra i sessi, ma della società nel suo complesso.
Se Barbie ci riconsegna, nella sua razionale operazione di decostruzione, ad un grado 0 su cui rifondare ciò che verrà, C'è ancora domani ci indica il primo mattone su cui mettersi all'opera. E lo fa affidandosi alla capacità del cinema di fare del proprio linguaggio una leva di rappresentazione, di denuncia e di ricostruzione di un universo.
Perché, sul piano artistico prima ancora che culturale, è questa la vittoria della Cortellesi, l'aver avuto il coraggio di mostrare quanto il cinema possa fare nella sua semplicità, tutta fatta di carrellate orizzontali, campi e controcampi, formati in 4:3 che improvvisamente espandono la tela in un widescreen che amplia gli orizzonti, mostrando realtà prima tenute fuori inquadratura, eppure lì presenti, in attesa che qualcuno le illuminasse, le mettesse a fuoco.
Se Barbie ci riconsegna, nella sua razionale operazione di decostruzione, ad un grado 0 su cui rifondare ciò che verrà, C'è ancora domani ci indica il primo mattone su cui mettersi all'opera. E lo fa affidandosi alla capacità del cinema di fare del proprio linguaggio una leva di rappresentazione, di denuncia e di ricostruzione di un universo.
Perché, sul piano artistico prima ancora che culturale, è questa la vittoria della Cortellesi, l'aver avuto il coraggio di mostrare quanto il cinema possa fare nella sua semplicità, tutta fatta di carrellate orizzontali, campi e controcampi, formati in 4:3 che improvvisamente espandono la tela in un widescreen che amplia gli orizzonti, mostrando realtà prima tenute fuori inquadratura, eppure lì presenti, in attesa che qualcuno le illuminasse, le mettesse a fuoco.
I riferimenti, dichiarati o meno, sono tanti, dalla suspence hitchcockiana rappresentata da una borsa tenuta chiusa a mo' di McGuffin, al richiamo al cinema dei "telefoni bianchi" nel suo trattare lo spinoso tema dell'adulterio, al ricorso a intermezzi musicali, tipici del musical, che fungono da meccanismo di censura delle scene di violenza, per poi finire alle palesi citazioni alla tradizione neorealista del nostro cinema nazionale.
Il tutto in un riuscito impasto di intelligenza, sentimento, tragedia, commedia, e libertà.
Il cinema può questo.
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| Marisa e Peppe, affinché la bieta non si ammosci 💞 |


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