Recensione Oppenheimer (2023)
di Ciro Alessio Formisano
In virtù del recente, e ancora in corso, Writers Guild of America strike, lo sciopero che vede coinvolti buona parte degli sceneggiatori e degli attori di Hollywood, a spendersi nella promozione del suo ultimo film - di certo non parco di celebrità - è stato in primo luogo Christopher Nolan.
A mia memoria, mai il regista si è così direttamente prodigato nella campagna pubblicitaria di una sua pellicola, che pure lo vede nelle vesti di produttore.
Tale coinvolgimento ha consentito al pubblico di conoscere meglio e in maniera più approfondita uno dei registi che, comunque la si pensi, ha segnato il mondo della cinefilia degli ultimi venti anni, nella sua capacità di far combaciare pretese di autorialità da una parte con ampi consensi di pubblico dall'altra - fattori che, ahinoi, non sempre viaggiano parallelamente.
Che Nolan non sia uno dei registi che personalmente inserirei in una ideale, per quanto inutile e pretestuosa, lista dei migliori cineasti di sempre è cosa nota, ma ciononostante non posso fare a meno di riconoscergli una cultura cinematografica "fuori scala", che si estende ben al di là degli spazi (e dei tempi) che il suo stesso cinema lascerebbe ipotizzare.
Oppenheimer narra la storia di un uomo, di come quest'ultimo, per amore di scoperta o per ambizione, si sia trovato coinvolto in una delle pagine centrali del Novecento, quella della creazione prima e dell'utilizzo poi dell'ordigno nucleare, evento che ha determinato la fine della Seconda guerra mondiale, la sconfitta - ci si augura - del nazismo, l'inizio della Guerra Fredda, e non per ultimo la morte di centinaia di migliaia di civili tra Hiroshima e Nagasaki.
Lo fa concentrando il suo sguardo sullo sguardo del suo protagonista, interpretato magistralmente da un Cillian Murphy in stato di grazia, il cui volto è insistentemente ripreso con la stessa profondità con la quale si fotograferebbe un paesaggio.
Ma Oppenheimer è anche la storia di uomini, e di donne, che col proprio entusiasmo, la propria competenza, la propria passione, hanno reso possibile un risultato che ciascuno di loro, preso individualmente, non avrebbe ottenuto. Un risultato poi rivelatosi tragico, come il richiamo al mito prometeico in epigrafe lascia intendere. Perché un altro dei temi dominanti di questo film che fa fatica a contenere nella sua forma le tante forze che lo agitano, è la responsabilità. La responsabilità nei confronti delle proprie scelte, soprattutto di quelle che hanno ricadute sugli altri, dalla scala relazionale a quella planetaria.
"Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare il miracolo della cosa unica", recita una massima alchemica attribuita al leggendario Ermete Trismegisto, frase che senza alcuna fatica si potrebbe attribuire ad un film che, pur correndo il rischio di annacquare la rigorosità scientifica del suo stesso argomento, non si tira indietro nel presentare temi complessi, quali la fisica quantistica e la natura stessa della realtà. Realtà che Nolan, più che in altri suoi film, si sforza di rappresentare nella sua intima natura, lasciandoci intuire il visibile che ai nostri occhi, forse pure quelli di Oppenheimer, è purtroppo precluso.
Nolan fa tutto questo adottando uno stile registico in parte inedito, mischiando biopic e legal drama senza soluzione di continuità, con una macchina da presa che non sta mai ferma, un montaggio che ricompone sequenze o addirittura singole inquadrature riprese in tempi e luoghi diversi (v. Inception), con un ritmo narrativo incessante, dove le battute (in un film dove la sceneggiatura, e dunque la parola, la fanno da padrona) sembrano proferite col metronomo alla mano, come in una partita di scacchi.
E soprattutto utilizzando una musica assordante, decisamente verticale (se non in alcuni momenti intrusiva...) sugli eventi.
Confesso di aver avvertito un senso di fatica quasi fisica allo scadere delle tre ore, interrogandomi sulla necessità del minutaggio e della bontà di alcune scene (soprattutto di quelle decisamente più 'intime', per le quali Nolan è un regista ancora troppo di maniera e impacciato nel saperle adeguatamente rappresentare).
Oppenheimer è un film che, come il suo protagonista, come forse il suo regista, sembra essere lì sul punto di esplodere, di sprigionare la forza che lo anima, a cui corrisponde una forza uguale e contraria di contenere questa energia restituendo un perfetto equilibrio termico.
Da qui l'accusa, fondata o infondata che sia, di una certa freddezza che spesso si muove a tutti i film di Nolan.
E però me ne sono andato dal cinema con la netta sensazione, come prima per Dunkirk - che, per chi scrive, resta la miglior opera di Nolan - di aver assistito ad una pellicola centrale per chi di cinema si interessa, avendo aperto con coraggio solchi che, un domani, altri cineasti sapranno meglio attraversare.
Vale la visione.

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